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WISecondo il report ”The 2021 Work Trend Index” di Microsoft il 73% delle lavoratrici e dei lavoratori a livello globale desidera che il lavoro da remoto diffusosi durante la pandemia resti la normalità. Addirittura, secondo FlexJobs, il 58% cercherebbe una nuova posizione se in futuro non potesse continuare a lavorare da remoto.
Tuttavia, per il 2023, concedere il lavoro da remoto non sarà più obbligatorio, se non per alcune categorie fragili e per chi ha figli con meno di 14 anni che potranno decidere di richiederlo.
Inoltre, secondo un’indagine di Radical HR e PHYD, sebbene il 75% delle aziende sia favorevole al lavoro da remoto, solo il 25% lo concederebbe in totale libertà. La restante parte rimane scettica e sarebbe disposta a concedere solo un numero limitato di giorni in smartworking.
Questo pone un mismatch di volontà tra lavoratori e datori di lavoro.
La flessibilità è richiesta in maniera trasversale dalle generazioni, evidenziando la necessità di modalità di lavoro che incontrino maggiormente i propri bisogni e necessità. Alla base, l’urgenza di ascoltare le persone e le loro esigenze, condizione necessaria non solo per attrarle ma anche, e soprattutto, per trattenerle.
Ma perché la flessibilità è così richiesta? Come ci spiegano gli amici di @mindwork.it | Well-being in progress, i motivi sono molteplici.
I più immediati, sicuramente, quelli legati alla conciliazione dei tempi e degli impegni di vita, nonché la comodità di evitare traffico, spostamenti e stress che ne deriva.
Eppure, esiste un elemento spesso sottovalutato: la possibilità di scelta. La vera flessibilità lascia infatti alla persona scegliere come e quando lavorare, restituendole la responsabilità del proprio lavoro.
Il lavoro flessibile è qui per restare, ma la vera sfida è coglierne le potenzialità e costruire soluzioni su misura, che trovino il punto di equilibrio tra le aziende e le persone che le compongono.
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@will_ita










