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SPA Teheran migliaia di persone sono scese in strada dopo l’appello a una mobilitazione di massa lanciato giovedì sera dall’esilio dal principe ereditario Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. Le proteste rappresentano il primo vero test sulla sua capacità di influenzare l’opinione pubblica iraniana.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avvertito Teheran che “colpirà duramente” se il regime dovesse reprimere nel sangue i manifestanti. Intanto i Guardiani della Rivoluzione hanno ricevuto l’ordine di reprimere duramente la protesta.
Quasi immediatamente, l’accesso a Internet e le linee telefoniche sono stati interrotti in tutto il Paese. Le società di monitoraggio CloudFlare e NetBlocks hanno attribuito il blackout a interventi deliberati del governo iraniano. Anche i tentativi di contattare telefoni fissi e cellulari sono risultati impossibili: un segnale che in passato ha preceduto dure campagne di repressione.
Allo scoccare delle 20.00, l’ora indicata da Pahlavi per le manifestazioni di giovedì e venerdì, i quartieri della capitale si sono riempiti di cori: “Morte al dittatore!”, “Morte alla Repubblica islamica!”, ma anche slogan a favore dello Scià come “Questa è l’ultima battaglia! Pahlavi tornerà!”.
“Grande nazione dell’Iran, gli occhi del mondo sono su di voi. Scendete in strada e unite le vostre voci”, ha dichiarato Pahlavi, avvertendo la Repubblica islamica, la sua leadership e la Guardia rivoluzionaria che “il mondo e il presidente Donald Trump vi osservano da vicino” e che “la repressione del popolo non resterà senza risposta”.
@spondasud










